Da giardiniere a disinfettore, serve ancora una qualifica dentro all’Ospedale San Martino

Da giardiniere a disinfettore, serve ancora una qualifica dentro all’Ospedale San Martino

IL DIAVOLO SI NASCONDE NEI DETTAGLI

Ovvero come alle volte si possa confondere il movimento con l’Ammuina.

 

Genova, 12 febbraio 2015 – Raffaella Della Bianca (Gruppo Misto):

<< Le grandi manovre del San Martino e del Direttore Generale Mauro Barabino partono da buone motivazioni e con giuste intenzioni. Così sembra, ma così non è >>.

 

Nell’ultimo periodo al San Martino si sono visti aumentare i casi di tentativi di scasso, di furti veri e propri oltre che l’aumento delle presenze di persone senza fissa dimora. Questa situazione va affrontata perché espone i pazienti e/o il personale se non ad un vero e proprio pericolo quantomeno a situazioni di rischio. E così pare che si stia facendo al San Martino.

Dato che queste situazioni si sono viste aumentare nelle ore notturne la soluzione più ovvia pare quella di aumentare il servizio di guardiania notturna affidandolo ad una ditta esterna, la Lubrani, usufruendo della convenzione quadro stipulata dalla Regione Liguria.

In apparenza sembrerebbe tutto perfetto, analisi del problema e soluzione dello stesso, anzi facendo riferimento ad un accordo quadro della Regione Liguria si profilerebbe anche un risparmio. Dico in apparenza perché analizzando più a fondo la questione sorgono alcune domande che potrebbero mettere in discussione sia il metodo che le conclusioni.

Allora pongo un po’ di domande, non tendenziose, ma di buon senso.

Non sapendo se l’aumento delle ore di vigilanza notturna possa essere risolutiva si procede con un periodo di “prova” di 4 mesi. Bene, ma allora cosa è stato analizzato? Solo il fatto che sono aumentati i furti (o tentativi) e la presenza di senza fissa dimora nelle ore notturne? Oppure si è analizzato anche dove, come e quando?

Basteranno due operatori in più? Oppure ce ne vorranno di più?

È un bene esternalizzare questo servizio? Oppure era preferibile, e magari meno costoso, intensificare il servizio di guardiania interno all’ospedale?

Questa soluzione è stata adottata sull’esperienza di altre strutture della ASL 3, ma queste altre esperienze che risultati hanno portato? Forse non sarebbe meglio rivedere l’intero comparto della sicurezza della ASL 3? Oppure si procede per tentativi?

In un periodo come questo in cui tutti gli enti sono chiamati a razionalizzare i costi e dove ogni singolo euro deve essere speso nel miglior modo possibile è lecito chiedere se le soluzioni adottate vanno in questa direzione. Io non ho la risposta, ma nessuno può avercela perché questa decisione non deriva da un piano strategico ben argomentato. Al contrario dalle semplici domande poste sopra mi pare che siano più le ombre che le luci su questa scelta. Come sempre voglio sbagliarmi perché chi amministra la cosa pubblica dispone dei soldi che i cittadini versano come tasse. E sembra che ci si scordi sempre di questo semplice principio.

 

 

Ancora più complessa è la situazione che riguarda alcuni dipendenti, le loro mansioni e degli spostamenti.

Dall’azienda SIRAM, che ha un appalto per la gestione integrata degli impianti di produzione dell’energia elettrica e termica al San Martino, è rientrato un dipendente: Roberto Verdina è stato (ri)assunto dal San Martino e destinato al magazzino farmacia Maragliano. Nulla di strano, parrebbe.

Parrebbe, appunto, perché alla SIRAM aveva ben altre mansioni. Il Sig. R. V. era un conduttore di caldaia. Insomma un profilo tecnico ben delineato che poco ha a che fare con la mansione cui è stato adesso destinato.

Questo potrebbe essere un errore o una disattenzione dell’ufficio del personale dell’Ospedale, potrebbe se non fosse che fa il paio con il sig. Massimiliano Leotta che faceva parte dei rientrati, sempre della SIRAM, di 3 anni fa.

E come il suo collega non vi è stata una corrispondenza tra esperienza e mansioni: il sig. M. L. è, era, un conduttore di caldaia ora in servizio presso attività alberghiere. Mi chiedo come mai ci sia una gestione del personale se non schizofrenica, quantomeno bizzarra? Abbiamo due figure professionali con una formazione tecnica ben specifica, e molto utile aggiungo io, spostate in mansioni che nulla hanno a che fare con le loro esperienze precedenti. Questi dipendenti saranno stati formati per questi nuove importanti mansioni? E se si quanto è costato formare un elettricista a prendersi cura dei posti letto del Pronto Soccorso? E magari prendere una ditta esterna per gli impianti elettrici?

La gestione del personale è quanto mai approssimativa nelle modalità di spostamento dell’intero reparto dei giardinieri ad altre mansioni.

Dopo la chiusura del reparto (il servizio è stato esternalizzato alla cooperativa “Il Rastrello”) tutti gli, ormai, ex giardinieri del San Martino sono stati trasferiti di mansione. Eccone l’elenco e le nuove mansioni:

Cevasco Roberto: da giardiniere a disinfettore;

Derchi  Barbara: da giardiniere a servizio igiene;

Crovetto Francesco: da giardiniere ad autista;

Bozzo Franco: da giardiniere a magazzino farmacia Maragliano;

Tangari Sergio: da motorista a disinfettore (da circa 3 anni, ma la qualifica è stata cambiata solo a dicembre 2014).

A tutti questi dipendenti sono state cambiate le mansioni, ma senza formazione. Nessuna formazione.

Evito di dire quanto sia dannoso spostare le persone senza prima formarle perché spero sia evidente e perché non vorrei passare come chi difende l’inamovibilità dei dipendenti pubblici.

Un dipendente pubblico deve essere mobile né più né meno che un dipendente di un’azienda privata e se è richiesta elasticità nelle sue mansioni è corretto richiederla, ma questo non senza una formazione adeguata. La formazione del personale, la verifica delle sue attitudini e la sua corretta gestione possono portare risparmi inimmaginabili. Se applicati correttamente.

Dopo queste coincidenze, che diventano prova, cosa è corretto pensare? Che non vi è un piano sulla gestione del personale del San Martino? Con un possibile aggravio dei costi?

O che è tutta una strategia per poi affidare i servizi in outsourcing? Senza un evidente piano di razionalizzazione dei servizi esponendo così al rischio di sovrapposizioni che diventano costi e non risparmi?

Sembra che, ultimamente, in Italia siamo affetti da una strana malattia: quella “del fare”, del muoversi, del produrre, ma sempre senza una direzione e senza un piano preciso di cui si possano conoscere i benefici e i punti critici.

Questa strana frenesia che spinge tutti a muoversi, non si sa bene in quale direzione, sembra più la così detta “ammuina” che non una voglia di uscire dall’immobilismo. E questo non è un bene, tutt’altro.

Quello di cui ha bisogno il San Martino è un piano a 360° per affrontare le sfide che si prospettano davanti e non il “muoversi”, e muovere i dipendenti, tanto per farlo.

Mi spingo oltre e dico che non solo il San Martino, ma Genova, la Liguria e l’Italia ha bisogno di un piano, di una visone per il suo futuro. E che si smetta di fare “ammuina”.